di Rashid Khalidi
L’intifada fu una campagna di resistenza spontanea e dal basso, scaturita da un accumulo di frustrazioni e inizialmente senza alcun legame con la dirigenza politica palestinese.
Come per la rivolta avvenuta tra il 1936 e il 1939, la durata e il vasto sostegno all’intifada sono stati prova dell’ampio appoggio popolare di cui godeva.
La sommossa si dimostrò anche flessibile e innovativa, in quanto seppe sviluppare una gestione coordinata pur rimanendo guidata e controllata a livello locale.
Tra i suoi attivisti figuravano uomini e donne, professionisti e uomini d’affari dell’élite, contadini, abitanti dei villaggi, gente povera delle città, studenti, piccoli commercianti e membri di quasi tutti gli altri settori della società.
Le donne vi svolgevano un ruolo centrale, assumendo sempre più posizioni di comando, dato che molti uomini furono incarcerati, e mobilitando anche quelle persone che spesso erano escluse dalla politica convenzionale dominata dai maschi.
Oltre alle dimostrazioni, l’intifada prevedeva tattiche che andavano dagli scioperi ai boicottaggi, alle trattenute fiscali e ad altre ingegnose forme di disobbedienza civile.
A volte le proteste diventavano violente, innescate spesso dai soldati che infliggevano perdite pesanti attraverso l’uso di munizioni vere e con proiettili di gomma usati contro i manifestanti disarmati e dei giovani che lanciavano pietre.
A ogni modo, la rivolta fu prevalentemente non violenta e non armata, un elemento d importanza fondamentale che contribuì a mobilitare altri settori della società oltre ai giovani che protestavano nelle strade, dimostrando quindi che opporsi allo status quo e a sostenere l’intifada era l’intera società palestinese sotto occupazione.
La prima intifada è stata uno straordinario esempio di resistenza popolare contro l’oppressione e può essere considerata come la prima vittoria senza attenuanti per i palestinesi nella lunga guerra coloniale iniziata nel 1917. (Rashid Khalidi, “Paestina. Centro anni di colonialismo, guerra e resistenza”, Editori Laterza, pagg. 208-210).