In occasione della Giornata mondiale del teatro.
Il teatro non vuole spettatori, ma pubblico attivo. Il teatro non sente il bisogno di sentir dire “mi piace”, al teatro non servono like. Chi va a teatro si vaccina contro la pandemia del following.
“Solo per fare un esempio emblematico, dal quale scaturiscono peraltro numerose implicazioni gravemente preoccupanti, si stima che nel 2020 il tempo medio di attenzione degli utenti sui social network fosse di 8 secondi (contro i 12 del 2000) e quello continuativo dedicato a leggere un articolo online fosse di 15 secondi”, lo ha scritto Jacques Attali.
Il teatro non vive nel virtuale, ma nel reale, non è un’opinione, è una affermazione, perentoria, drammatica, comica, poetica, dura, pura e semplice.
“Ci sono nei fatti due cose: scienza e opinione; la prima genera conoscenza, la seconda ignoranza”, ha scritto Ippocrate.
Il teatro genera conoscenza della realtà, dell’emotività, dei sentimenti, di sé stessi, della collettività in cui si vive, dello spazio e del tempo nel quale genera consapevolezza dell’ambiente sociale e dell’ambito culturale nel quale si rappresenta.
Il teatro sa mettere il dito nelle pieghe della verità e nellapiaga delle menzogne. È per questo che nacque nella Grecia antica, come coscienza critica della polis. È per questo che ha prodotto rappresentazioni della realtà umana, drammatica, comica, ma sempre emotiva, che ha esplorato la mente, che ha messo in scena la rabbia, la paura, l’eros, il tradimento, l’ipocrisia, l’emozione, il coraggio e la codardia.
Il tetro bisogna ascoltarlo, non solo guardarlo. La sua forza sono le parole, che fanno parte del testo. La tridimensionalità non è data da fotogrammi, analogici o digitali. La profondità di campo è nella recitazione, che fa apparire sul palcoscenico luoghi, situazioni, intrighi, violenza, amore, morte.
In Italia si calcola esistano 2.500 compagnie teatrali, tra professioniste e amatoriali, sparse in tutto il territorio, soprattutto nei centri cosiddetti minori.
Se è vero che “Il palcoscenico rappresenta la coscienza della comunità”, come ebbe a dire Edward Bond (1934-2024), il nostro paese è ancora una miniera di opportunità di crescita, di presa di coscienza, di consapevolezza personale e collettiva di ciò che è vero o falso, giusto o sbagliato, emozionante o deprimente, ma anche epico, poetico, miserabile ed eroico.
Ha scritto, ancora Edward Bond: “Il teatro è stato trasformato in un prodotto commerciale da smerciare, ha perso la propria capacità di essere politica della società ed è invece diventato parte del mercato (…) non si occupa più dei problemi fondamentali, della relazione tra sé e la società e di come l’uno partecipi alla creazione dell’altra”.
In definitiva, possiamo dire che andare a teatro è assistere allo spettacolo del sé e dei suoi rovelli interiori in relazione con la società. Perché il teatro non è un passatempo, non libera la mente, la occupa di pensieri, intuizioni, sensazioni, aspirazioni, idee.
Ecco, allora, il motivo per cui è e sarà ancora a lungo la forma dello stare insieme più promettente.