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Gintoneria?

Fino a sentenza definitiva, la figliola di Wanna Marchi ha conquistato il titolo di miss Marchette.

Ma i suoi clienti, capaci, pare, di spendere 70 mila euro a botta (ogni riferimento è certamente voluto) per una serata di bacco, coca e venere, rientrano nella categoria sociologica dei mangiatori di pane a tradimento: 70 mila euro in un serata debosciata sono lo stipendio annuo di due lavoratori dipendenti italiani.

Come diceva l’avvocato buonanima di un noto fruitore di “cene eleganti”, i clienti di miss Marchette verranno semplicemente classificati come “utilizzatori finali” e quindi penalmente esenti da sanzioni, al massimo si beccheranno la nomea di “pirla”: ai riccastri si perdona tutto, finché dispongono di rendite da prosciugare, come al “giovin signore” di Parini, tanto per rimanere a Milano.

È invece imperdonabile l’insegna “Gintoneria”, “a schifezza ra schifezza ra schifezza ‘e l’uommene”, che si merita il grande pernacchio di Eduardo.

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Febbraio chiude con 75 vittime, marzo apre con 4 morti di lavoro.

di Piero Santonastaso | Facebook.com/Mortidilavoro

Alle 4 del mattino di lunedì 3 marzo Fabrizio Casafina, 57enne di Roma, è arrivato con il furgone davanti al cancello della ditta di trasporti Guidonia Montecelio – 30 km a est della Capitale – per cui lavorava.

È sceso per aprire il massiccio cancello ma il pesante manufatto è uscito dalle rotaie e gli è caduto addosso, schiacciandolo. Il custode dell’azienda ha lanciato l’allarme ma quando i soccorritori sono arrivati sul posto Casafina era già morto.

Si tratta della decima vittima del lavoro quest’anno nel Lazio, esattamente come nel 2024 a questa data. Nel comunicato di rito la Cgil parla invece di 16 morti: un numero misterioso, così come i 107 citati per il 2024 (sono stati 88).

Due i morti di lunedì 3 marzo nel Veneto, che portano il totale dell’anno a 22. Un incredibile aumento del 57% rispetto al 2024, quando al 3 marzo si contavano 14 vittime.

Renato Gugole, 54enne autotrasportatore di Chiampo (Vicenza), è morto in un incidente stradale sulla provinciale 86 ad Arzignano (Vicenza): l’autocarro che guidava si è scontrato frontalmente con un mezzo pesante che proveniva in senso opposto. Gugole è morto sul colpo.

Paolo Pellizzari, 47enne elettricista di Resana (Treviso), è morto schiantandosi con il suo furgone contro un autocarro a Piombino Dese (Padova), dopo aver invaso l’altra carreggiata. Inutili i soccorsi.

#fabriziocasafina#renatogugole#paolopellizzari#mortidilavoro

Marzo 2025: 4 morti (sul lavoro 4; in itinere 0; media giorno 1,3)

Anno 2025: 166 morti (sul lavoro 139; in itinere 27; media giorno 2,7)

33 Lombardia (sul lavoro 23, in itinere 10)

22 Veneto (19 – 3)

14 Puglia (13 – 1)

13 Campania (11 – 2)

11 Piemonte (11 – 0)

10 Toscana (9 – 1); Lazio (8 – 2); Emilia Romagna (7 – 3)

8 Abruzzo (8 – 0)

7 Calabria (7 – 0)

6 Sicilia (6 – 0)

4 Umbria, Basilicata (5 – 0); Liguria (3 – 1)

3 Marche (2 – 1)

2 Trentino, Alto Adige (2 – 0); Sardegna (1 – 1)

1 Molise (0 – 1)

Gennaio 2025: 87 morti (sul lavoro 72; in itinere 15; media giorno 2,8)

Febbraio 2025: 75 morti (sul lavoro 63; in itinere 12; media giorno 2,7)

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Una buona notizia (in mancanza d’altro).

“No Other Land”, che La Nuova Sacrofano ha proiettato, con la presentazione di RiccardoTavani in gennaio al Teatro Ilaria Alpi col patrocinio del Comune di Sacrofano, grazie a un bando della Regione Lazio, vinto insieme al MedFilm Festival, si è aggiudicato un Oscar come miglior documentario. Non poteva andare meglio.

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Succede il 4 e il 5 marzo a Roma.

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Lo scontro verbale in diretta tra Trump e Zelensky, ovvero l’eterna lotta tra il diritto e la forza.

di Mario Ricciardi, Il manifesto

Tra le reazioni all’incontro di venerdì alla Casa bianca, colpisce quella di Stathis Kalyvas, pubblicata “a caldo” su X: «Lo scambio Trump-Zelensky è la migliore illustrazione moderna del dialogo tra i Melii e gli Ateniesi di Tucidide. Ma non è sempre stato così. Dopo la seconda guerra mondiale il mondo aveva fatto grandi passi avanti. All’improvviso tutto è crollato». 

Kalyvas è greco, ma insegna nel Regno Unito, dove ricopre una prestigiosa cattedra di scienza politica a Oxford.

La sua osservazione non ha soltanto l’autorevolezza che viene da una vita trascorsa a studiare i conflitti, ma anche la profondità di prospettiva storica che è frutto di una solida cultura classica.

Una delle cose che suscitano maggiore sconcerto, seguendo le reazioni all’umiliazione subita da Zelensky nel corso del suo dialogo con il presidente statunitene Trump e il suo vice Vance, è proprio l’assoluta mancanza di prospettiva storica di buona parte dei leader europei e statunitensi che si sono affrettati a consegnare ai social la propria indignazione, e solidarietà con il presidente ucraino, utilizzando lo stesso linguaggio legnoso con cui avrebbero potuto commentare una sconfitta della squadra del cuore nella finale di un torneo internazionale, o i problemi di salute di una celebrità televisiva.

A forza di abusare di termini come «guerra» (al debito pubblico, al cancro, alla disinformazione) se ne perde il senso materiale e morale, che invece è ben presente a tanti ucraini che ne fanno esperienza.

A contatto con il mondo reale, con le cronache di un conflitto sanguinoso che dura da anni, le espressioni bellicose suonano vuote come le invocazioni di regole e principi del diritto internazionale. 

Scorrendo la lunga lista di capi di stato e di governo, di intellettuali e di opinionisti che si sono indignati per il trattamento ricevuto da Zelensky, si fatica a trovarne qualcuno che abbia espresso sentimenti simili mentre Israele faceva a pezzi regole e principi massacrando donne e bambini in Palestina.

Gli inviti a «scendere in piazza» in difesa dei «nostri valori» stridono in modo insopportabile dopo Gaza. Che pochi si siano posti il problema di questo «doppio standard» giuridico e morale nelle classi dirigenti europee e occidentali è un sintomo che non lascia presagire nulla di buono per il futuro.

La messa in scena di Washington – nella quale Zelensky ha saputo comunque dar prova di dignità pari a quella degli ambasciatori di Melo nel dialogo con gli emissari di Atene, il potere imperiale egemone – sembra sia stata un brusco risveglio per una classe dirigente che si è formata all’ombra della fine della guerra fredda, imbevuta di una visione della società e della storia che rimuoveva completamente il conflitto dalla politica, e sostituiva l’amministrazione delle cose al governo delle persone. 

Eppure non è la prima volta che il volto brutale della forza («per legge di natura chi è più forte comanda», dicono gli ateniesi ai melii) si è mostrato negli ultimi decenni.

L’architettura faticosamente messa in piedi dopo la seconda guerra mondiale, come ha ricordato Kalyvas, era motivata dall’aspirazione di sostituire il diritto alla forza.

Gli aspetti migliori del processo di integrazione europea erano animati dalla stessa volontà, rafforzata dalla determinazione di chi era sopravvissuto a due guerre mondiali.

Dopo il 2001 questo spirito si affievolisce, e con esso si perde la consapevolezza che, come affermava Kant, un’ingiustizia ovunque nel mondo è un torto per chiunque.

Oggi ci troviamo in una situazione in cui Tucidide appare più rilevante dei discorsi motivazionali di manager e banchieri prestati alla politica.

Chi è debole non può permettersi di buttare i dadi più di una volta, dicono gli emissari di Atene ai melii, e come non pensare ai richiami alle “carte” fatti da Trump discutendo con Zelensky?

Se non hai più carte da giocare non ha senso affidarsi alla speranza (un altro motivo tucidideo echeggiato alla Casa bianca).

C’è tuttavia un aspetto della situazione attuale che si distingue in modo significativo dal dialogo tra gli ateniesi e i melii come lo ricostruisce Tucidide: la pubblicità.

Gli ambasciatori di Atene si incontrano soltanto con i magistrati di Melo. Proprio questa segretezza consente a entrambi di esporre le proprie ragioni in modo franco e lascia spazio alla brutalità del linguaggio degli ateniesi. 

La conversazione tra Zelensky, Trump e Vance era invece pensata per avere un impatto mediatico, a casa e fuori.

Questa è forse la chiave di lettura su cui dovremmo concentrarci riflettendo su quanto è accaduto venerdì a Washington.

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Una pazza per l’Europa.

Un tempo la guerra era la continuazione della politica, oggi è la disfatta della credibilità della Ue.

Mentre le anime belle di una classe politica – senza più neanche la minima capacità di capire in che mondo ci stanno ficcando – si preparano a “Una piazza per l’Europa”, Ursula von der Leyen dice, senza pudore:

“Dobbiamo urgentemente riarmare l’Europa. E per questo presenteremo un piano completo per il riarmo dell’Europa”.

A parte che è quello che vuole esattamente Trump, perché così vende un sacco di armi Made in Usa, e riesce ad aumentare la bolletta NATO, che razza di futuro avrà l’Europa fin tanto che sarà guidata da mediocri vassalli dei nuovi imperialismi?

È sul riarmo che si gioca l’orgoglio europeista? È per questo che Michele Serra chiama la piazza?

Mentre la liberal-sinistra de noantri subisce l’effetto Serra, altro che “una piazza per l’Europa” ci vorrebbe.

Qui abbiamo a che fare con pazzi furiosi, psicopatici guerrafondai, come von der Leyen, “una pazza per l’Europa”, che nessuno sembra aver la minima intenzione di contraddire.

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Calano le braghe.

“Dialogo tra Europa e Putin potrebbe riprendere.” Lo ha detto Macron.

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Adesso Zelensky vuole fare la pace. Con Putin? No, con Trump.

Come i pifferi di montagna che andarono per suonare e tornarono suonati.

“Siamo molto grati agli Stati Uniti per tutto il sostegno. Sono grato al Presidente Trump, al Congresso per il loro sostegno bipartisan e al popolo americano.

Gli ucraini hanno sempre apprezzato questo sostegno, soprattutto durante questi tre anni di invasione su larga scala

Il nostro rapporto con il Presidente americano è più di due semplici leader; è un legame storico e solido tra i nostri popoli.

Siamo veramente grati. Vogliamo solo relazioni forti con l’America, e spero davvero che le avremo”. Lo ha scritto Zelensky su X, il social di proprietà dell’amico del giaguaro.

Il messaggio che Trump ha stampato in faccia al commesso viaggiatore della Ue, in vista dell’ennesimo inutile vertice, è chiaro e forte: cari governi europei, io so io e voi non contate un ca..o. Cioè: posso essere un nemico più pericoloso di Putin. O fate quello che dico io o sono dazi amari.

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The Apprentice va in onda alla Casa Bianca: Trump ha licenziato Zelensky.

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C’è uno che con l’appello contro la pulizia etnica a Gaza e in Cisgiordania ci si pulisce il sedere.

Quando si dice “metterci la faccia”.

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Si continua a morire di lavoro.

di Piero Santonastaso | Facebook.com/Mortidilavoro

Brahim Ettoumani, 54 anni, era arrivato in Italia dal Marocco 30 anni fa e aveva iniziato a lavorare come muratore.

Nel 2007 aveva aperto una propria ditta, la snc Salam con sede ad Asola (Mantova), anche se viveva con la moglie e i due figli a Palazzolo sull’Oglio, a una manciata di chilometri di distanza.

Mercoledì 26 febbraio alle 6,15 circa era già in giro per lavoro con il suo van Renault, quando è accaduto l’irreparabile: sulla provinciale 24, nel territorio di Fiesse (Brescia), ha invaso la corsia opposta e si è schiantato contro un autoarticolato, morendo sul colpo.

Con Brahim Ettoumani sono già dieci le vittime del lavoro quest’anno nel Bresciano, un terzo dell’intera Lombardia.

#brahimettoumani#mortidilavoro

Febbraio 2025: 65 morti (sul lavoro 55; in itinere 10; media giorno 2,5

Anno 2025: 152 morti (sul lavoro 127; in itinere 25; media giorno 2,7)

30 Lombardia (sul lavoro 21, in itinere 9)

20 Veneto (17 – 3)

13 Puglia (12 – 1)

12 Campania (10 – 2)

11 Piemonte (11 – 0)

9 Toscana (8 – 1)

8 Abruzzo (8 – 0)

7 Calabria (7 – 0); Emilia Romagna, Lazio (5 – 2)

6 Sicilia (6 – 0)

4 Umbria, Basilicata (5 – 0); Liguria (3 – 1)

3 Marche (2 – 1)

2 Trentino, Alto Adige (2 – 0); Sardegna (1 – 1)

1 Molise (0 – 1)

Gennaio 2025: 87 morti (sul lavoro 72; in itinere 15; media giorno 2,8)

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Un atto di coraggio che abbiamo aspettato a lungo. Bentornati tra noi.

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Studentessa fuorisede e lavoratrice muore a vent’anni.

di Piero Santonastaso | Facebook.com/Mortidilavoro

Daniela Gambardella, 20 anni da compiere a luglio, dopo la maturità della scorsa estate si era trasferita nella capitale da Pagani (Salerno) per iscriversi al Dams dell’università Roma Tre.

Studentessa fuorisede e lavoratrice, perché da qualche settimana aveva trovato impiego come receptionist della compagnia telefonica Kena, nel centro commerciale Maximo, sulla via Laurentina.

Martedì 25 febbraio ha finito il turno intorno alle 13 ed è andata a prendere l’autobus ma attraversando sulle strisce è stata investita da una Mercedes, guidata da un 72enne, che secondo alcune testimonianze procedeva a velocità sostenuta.

La ragazza è rimasta incastrata sotto la vettura ed è morta sul colpo, dopo essere stata trascinata per diversi metri.

#danielagambardella#mortidilavoro @d4ni3l4_.05

Febbraio 2025: 64 morti (sul lavoro 54; in itinere 10; media giorno 2,6)

Anno 2025: 151 morti (sul lavoro 126; in itinere 25; media giorno 2,7)

29 Lombardia (sul lavoro 20, in itinere 9)

20 Veneto (17 – 3)

13 Puglia (12 – 1)

12 Campania (10 – 2)

11 Piemonte (11 – 0)

9 Toscana (8 – 1)

8 Abruzzo (8 – 0)

7 Calabria (7 – 0); Emilia Romagna, Lazio (5 – 2)

6 Sicilia (6 – 0)

4 Umbria, Basilicata (5 – 0); Liguria (3 – 1)

3 Marche (2 – 1)

2 Trentino, Alto Adige (2 – 0); Sardegna (1 – 1)

1 Molise (0 – 1)

Gennaio 2025: 87 morti (sul lavoro 72; in itinere 15; media giorno 2,8)

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Una brutta morte di lavoro.

di Piero Santonastaso | Facebook.com/Mortidilavoro

Thomas Gobbi, 34 anni, è il settimo autotrasportatore morto nel mese di febbraio. Viveva a Masi (Padova) con la compagna, in attesa di un figlio, ed era il titolare di Gobbi agrotrasporti. Lunedì 24 febbraio a Villa Bartolomea (Verona), ha sentito che qualcosa non andava e ha accostato il suo autotreno.

Per cercare di individuare il problema ha sollevato la cabina di guida ma questa si è improvvisamente richiusa, schiacciandolo. Per Gobbi non c’è stato nulla da fare. Si tratta ora di capire se si è trattato di un cedimento del blocco o se le cause sono altre. Dieci anni fa il fratello minore, anche lui autotrasportatore, era morto in un incidente stradale.

#thomasgobbi#mortidilavoro#autotrasporto

Febbraio 2025: 63 morti (sul lavoro 54; in itinere 9; media giorno 2,6)

Anno 2025: 150 morti (sul lavoro 126; in itinere 24; media giorno 2,7)

29 Lombardia (sul lavoro 20, in itinere 9)

20 Veneto (17 – 3)

13 Puglia (12 – 1)

12 Campania (10 – 2)

11 Piemonte (11 – 0)

9 Toscana (8 – 1)

8 Abruzzo (8 – 0)

7 Calabria (7 – 0); Emilia Romagna (5 – 2)

6 Sicilia (6 – 0); Lazio (5 – 1)

4 Umbria, Basilicata (5 – 0); Liguria (3 – 1)

3 Marche (2 – 1)

2 Trentino, Alto Adige (2 – 0); Sardegna (1 – 1)

1 Molise (0 – 1)

Gennaio 2025: 87 morti (sul lavoro 72; in itinere 15; media giorno 2,8)

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Il mondo che ci è cambiato sotto i piedi.

di Pankaj Mishra

Il mondo dei diritti individuali, delle frontiere aperte e del diritto internazionale si sta allontanando rapidamente.

Oggi, la recinzione statunitense lungo il confine messicano, la pratica australiana di imprigionare i richiedenti asilo al di fuori del suo territorio (vogliamo parlare della deportazione in Albania decisa dal governo Meloni?, ndr), l’aperto incitamento rivolto da un ministro ai nazionalisti inglesi di estrema destra e la crescente ossessione di molti giovani uomini per “il genocidio bianco”, la “Grande Sostituzione” e altri scenari apocalittici prospettati all’inizio del Ventesimo secolo, rendono idealmente visibile il ritorno a casa del suprematismo bianco nel cuore dell’Occidente moderno.

il 7 ottobre 2023 e il suo feroce atteggiamento difensivo si è infiammato, quando Hamas ha distrutto, in modo definitivo, l’aura di invulnerabilità di Israele.

Quest’assalto a sorpresa da parte di persone che si presumeva fossero state schiacciate rappresenta, per molte maggioranze bianche turbate e inorridite, la seconda Pearl Harbor del Ventunesimo secolo, dopo l’11 settembre.

È come è già successo, la percezione diffusa che il potere bianco sia stato pubblicamente violato, ha “scatenato”, secondo le parole di John Power, “una rabbia che rasenta la furia omicida”.

Nel tentativo di riconquistare la propria immagine di potenza attraverso un vasto bagno di sangue, Israele e i suoi sostenitori oggi barcollano verso la “terribile probabilità” delineata in passato da James Balwin: che i vincitori della storia, “lottando per mantenere ciò che hanno rubato ai loro prigionieri, e incapaci di guardarsi allo specchio, scateneranno un caos nel mondo che, se non porrà fine alla vita su questo pianeta, provocherà una guerra razziale, di dimensioni che il mondo non ha mai visto”.

Abbiamo già assistito a Gaza – dopo i milioni di morti evitabili durante la pandemia – a un’altra fase di quella che l’antropologo sociale Arjum Appadurai chiama “una vasta correzione malthusiana mondiale” che è “orientata ad approntare il mondo per i vincitori della globalizzazione, senza il rumore scomodo dei suoi perdenti”.

Non è esagerato affermare che raramente la posta in gioco etica e politica è stata più alta. Le atrocità di Gaza, approvate, addirittura santificate, dalla classe politica e mediatica del mondo libero, e sfacciatamente promosse dai suoi autori, non si sono limitate a devastare una già debole fiducia nel progresso sociale. […]

Possiamo ancora salvare delle visioni di giustizia e solidarietà dalle sfide a somma zero per i riconoscimento a l’identità e dalla strane competizioni per l’innocenza?

Di fronte a Gaza, dobbiamo fare di più che esprimere rabbia, dolore, disgusto o senso di colpa, perché né la venerazione delle vittime né il disprezzo dei carnefici ci aiuteranno a trovare una via d’uscita dall’empasse globale. […]

Chi si oppone alla ferocia israeliana e alla propaganda occidentale basata sull’omissione e l’offuscamento non può aspirare a molto di più. Rischia di restare con l’amaro in bocca per tutta la vita.

Ma le manifestazioni di indignazione e gli atti di solidarietà che hanno avuto luogo in questi mesi potrebbero avere in qualche modo alleviato la grande solitudine del popolo palestinese.

E possono offrire una speranza per il mondo dopo Gaza, (Pankaj Mishra, “Il mondo dopo Gaza”, Guanda.)

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Il paese dei balocchi.

“L’Italia sta meglio, occupazione a livelli record, l’economia cresce, il flusso degli immigrati si è ridotto del 60%. Stiamo facendo aumentare le libertà in tutti quanti gli aspetti della vita del paese”, Meloni dixit.

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Perché gli USA ce l’hanno a morte con la Cina?

di Donald Sassoon

Nel 2014 la Cina è diventata la patria non solo della classe media più numerosa al mondo, ma anche di una classe di milionari (in dollari), alimentando un livello di diseguaglianza comparabile a quello degli Stati Uniti.

Nel 2021, secondo le stime del Credit Suisse, il numero dei milionari (sempre in dollari) è salito a 5,3 milioni di individui, cifra che posiziona la Cina al secondo posto nel mondo dopo gli Stati Uniti, in questa speciale graduatoria.

Rimane comunque il fatto che 770 milioni di persone sono uscite dalla condizione di povertà e che la povertà estrema è stata eradicata, trasformando la Cina in una potenza high-tech “sulla buona strada per eclissare gli Stati Uniti in termini di dimensione”.

Il “Made in China” è ormai un’etichetta globale e il paese (che produce di tutto, dai microchip, ai veicoli a motore) è il maggior produttore al mondo e può vantare una rete commerciale più ampia.

Come ha sottolineato “The Economist”, delle diciannove aziende create negli ultimi venticinque anni che valgono ora più di 100 miliardi di dollari, nove sono statunitensi e otto cinesi.

L’Europa non ne ha neppure una. (Donald Sassoon, “Rivoluzioni, quando i popoli cambiano la storia”, Garzanti)

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Siamo già a quota 149 morti di lavoro nel 2025.

di Piero Santonastaso | Facebook.com/Mortidilavoro

Al 21 febbraio registriamo 149 morti di lavoro, 7 in meno rispetto allo stesso periodo del 2024, con un calo del 4,5% che però non è spalmato omogeneamente.

Se prendiamo ad esempio le regioni in cui venerdì 21 febbraio sono morti tre lavoratori, il Veneto è salito da 13 a 19 (+46%), la Puglia ha quasi raddoppiato, da 7 a 13, mentre la Sicilia è scesa da 9 a 6 (-33%). Ricordiamo che dopo 52 giorni Valle d’Aosta e Friuli Venezia Giulia sono a 0: nel 2024 contavano rispettivamente 2 e 3 vittime del lavoro.

Andrea Canzonieri aveva appena 21 anni e viveva a Castegnero (Vicenza) con la madre e una sorella. Da un paio di mesi lavorava in un cantiere per la costruzione di edifici residenziali a Sottomarina di Chioggia (Venezia).

Venerdì 21 febbraio è stato ucciso da un pannello metallico per casseformi del peso di 200 chili. Il pannello, in posizione verticale ma evidentemente non bloccato, è caduto improvvisamente travolgendo il giovane lavoratore, che è morto sul colpo.

Un altro operaio edile, di cui conosciamo solo le iniziali, V.L., 58enne di Licata (Agrigento), è morto venerdì 21 febbraio mentre era al lavoro in un cantiere del centro città. L’uomo è stato visto accasciarsi, quasi certamente a causa di un malore, e non si è più ripreso.

Nicla Fiotta, 33enne di San Ferdinando di Puglia (Barletta Andria Trani), è morta all’alba di venerdì 21 febbraio mentre andava al lavoro in macchina.

Sulla statale Adriatica, nel territorio di Barletta, l’auto ha tamponato un trattore, finendo poi ribaltata. Troppo gravi le lesioni riportate dalla conducente e i soccorritori nulla hanno potuto per salvarle la vita.

#andreacanzonieri#niclafiotta#mortidilavoro

Febbraio 2025: 62 morti (sul lavoro 53; in itinere 9; media giorno 2,9)

Anno 2025: 149 morti (sul lavoro 125; in itinere 24; media giorno 2,9)

29 Lombardia (sul lavoro 20, in itinere 9)

19 Veneto (16 – 3)

13 Puglia (12 – 1)

12 Campania (10 – 2)

11 Piemonte (11 – 0)

9 Toscana (8 – 1)

8 Abruzzo (8 – 0)

7 Calabria (7 – 0); Emilia Romagna (5 – 2)

6 Sicilia (6 – 0); Lazio (5 – 1)

4 Umbria, Basilicata (5 – 0); Liguria (3 – 1)

3 Marche (2 – 1)

2 Trentino, Alto Adige (2 – 0); Sardegna (1 – 1)

1 Molise (0 – 1)

Gennaio 2025: 87 morti (sul lavoro 72; in itinere 15; media giorno 2,8)

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Che sicurezza sul lavoro c’è se si continua a cadere dal tetto? La ministra del Lavoro che fa, cade dalle nuvole?

di Piero Santonastaso | Facebook.com/Mortidilavoro

Un operaio albanese di 66 anni, residente a La Spezia, è morto giovedì 20 febbraio durante un sopralluogo sul tetto di un capannone industriale a Vezzano Ligure (La Spezia).

L’uomo è precipitato da un’altezza di oltre 10 metri, quasi certamente a causa del cedimento del tetto, ed è morto sul colpo. Da verificare l’adozione di tutti gli strumenti di sicurezza per il lavoro in quota.

Giuseppe Pelizzari, 67enne volontario Avis, vicepresidente della sezione di Palazzolo sull’Oglio (Brescia), è morto martedì 18 febbraio nella lunga degenza dell’opera Don Gnocchi, dove era ricoverato da 4 mesi.

Il 21 ottobre 2024 era stato travolto da un’automobile mentre in bicicletta raggiungeva la locale sede dell’Avis. Nello scontro aveva riportato lesioni gravissime, che secondo i medici non facevano sperare nella possibilità di una guarigione.

#giuseppepelizzari#mortidilavoro

Febbraio 2025: 59 morti (sul lavoro 51; in itinere 8; media giorno 2,9)

Anno 2025: 146 morti (sul lavoro 123; in itinere 23; media giorno 2,9)

29 Lombardia (sul lavoro 20, in itinere 9)

18 Veneto (15 – 3)

12 Puglia (12 – 0); Campania (10 – 2)

11 Piemonte (11 – 0)

9 Toscana (8 – 1)

8 Abruzzo (8 – 0)

7 Calabria (7 – 0); Emilia Romagna (5 – 2)

6 Lazio (5 – 1)

5 Sicilia (5 – 0)

4 Umbria, Basilicata (5 – 0); Liguria (3 – 1)

3 Marche (2 – 1)

2 Trentino, Alto Adige (2 – 0); Sardegna (1 – 1)

1 Molise (0 – 1)

Gennaio 2025: 87 morti (sul lavoro 72; in itinere 15; media giorno 2,8)

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Quando la Storia è una coperta troppo corta per coprire gli errori bellicisti della Nato, della Ue, del governo italiano.

È successo che anche il Capo dello Stato “come la maggior parte dei politici considerano la storia un contenitore da cui si può prendere qualsiasi cosa faccia comodo”. (Donald Sassoon, “Rivoluzioni”, Garzanti).

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