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ENI E IL PREZZO DI 5 VITE.

di Piero Santonastaso | Facebook.com/Mortidilavoro

Cinque vite umane per Eni valgono 255.000 euro. Lo si deduce dalle parole di Luca Tescaroli, procuratore della Repubblica di Prato, che mercoledì 19 marzo ha annunciato di aver inviato nove avvisi di garanzia per la strage di Calenzano del 9 dicembre 2024, quando quattro esplosioni nell’area di carico causarono la morte dei camionisti Davide Baronti, Carmelo Corso e Vincenzo Martinelli; e dei tecnici Franco Cirelli e Gerardo Pepe.

La scelta di non interrompere le attività di carico mentre si procedeva alle manutenzioni delle linee fu cosciente e dettata da una valutazione statistica del rischio, giudicato molto basso.

Inoltre, se si fosse interrotta l’attività tra le 9 e le 15, sarebbero andati perduti circa 255.000 euro di guadagni. Una linea di condotta che non è esclusiva del deposito di Calenzano, ma di tutti i depositi Eni.

Per questi motivi hanno ricevuto avvisi di garanzia per i reati a vario titolo di omicidio plurimo colposo, lesioni colpose e disastro colposo, sette dirigenti Eni e due dell’appaltatore Sergen, oltre alle stessa Eni per responsabilità amministrativa in ordine ai reati di omicidio e lesioni.

Si tratta di Patrizia Boschetti, responsabile della struttura organizzativa e gestione operativa del centro Eni spa di Roma; Luigi Collurà dirigente con delega di funzioni sulla sicurezza del deposito Eni di Calenzano; Carlo Di Perna, responsabile manutenzioni e investimenti depositi Centro Eni spa; Marco Bini, preposto Eni richiedente il permesso di lavoro che ha classificato l’attività di Sergen; Elio Ferrara, preposto Eni che ha autorizzato il rinnovo del permesso di lavoro a Sergen per il 9 dicembre 2024; Emanuela Proietti, responsabile del servizio prevenzione protezione (Rspp) di Eni; Enrico Cerbino, responsabile del progetto esterno per le Manutenzioni e investimenti depositi Centro Eni; Francesco Cirone, datore di lavoro e Rspp della impresa esecutrice Sergen srl di Viggiano; Luigi Murno, preposto della Sergen.

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Quando le hanno detto che si trattava di rossi e spinelli non c’ha visto più.

Le hanno fatto credere che Ventotene era un centro sociale. Ecco perché s’è arrabbiata tanto.

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Dice che “ “Siamo cresciuti insieme all’Italia. E investiremo nel suo futuro”.

Cocco, comincia a pagare le tasse in Italia, invece che ad Amsterdam.

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Sei morti di lavoro in meno di 24 ore.

di Piero Santonastaso | Facebook.com/Mortidilavoro

Accade in Sicilia, regione che arriva così a contare 15 vittime nel 2025, terzo posto nella classifica italiana della vergogna insieme a Campania ed Emilia Romagna (guida – come sempre – la Lombardia, seguita dal Veneto).

Terrificante l’incidente in cui hanno perso la vita tre operai agricoli e altri sette sono rimasti feriti. Si è verificato poco dopo le 14 di lunedì 17 marzo, sulla statale 194 all’altezza di Carlentini (Siracusa). Un van con nove operai che tornavano ad Adrano (Catania) dopo aver raccolto arance dall’alba a Francofonte (Siracusa), si è scontrato frontalmente con un camioncino.

Un urto legato con tutta probabilità a un’invasione di corsia, dal momento che entrambi i veicoli presentano i danni peggiori sul lato anteriore sinistro. Tre degli occupanti del van, uscito scoperchiato dall’incidente, sono morti.

Gli altri sei e il guidatore del camion sono stati ricoverati, anche con l’elisoccorso, a Caltagirone (3), Lentini e Catania (2). Quattro di loro sono in gravi condizioni.

Le vittime sono il 18enne Rosario Lucchese, deceduto durante il trasporto in ospedale: il 54enne Salvatore Lanza; il 56enne Salvatore Pellegriti.

Lavoravano tutti per una società di Adrano, ma Lucchese aveva iniziato da una settimana appena: doveva preoccuparsi del figlio che stava per arrivare. I due lavoratori più anziani lasciano moglie e figli.

Antonio Alongi era invece un operaio edile ed è morto a 55 anni a Monreale (Palermo), lunedì 17 marzo, cadendo dal tetto di un edificio in ristrutturazione, mentre rimuoveva alcune lamiere di copertura.

Anche Salvatore Mezzatesta, 75 anni, stava lavorando in un cantiere, a Santa Caterina Villarmosa (Caltanissetta), e anche lui è caduto da un’altezza di circa 3 metri, domenica 16 marzo.

È stato trasportato all’ospedale Sant’Elia di Caltanissetta con gravissime lesioni alla testa. I medici hanno tentato un intervento, ma il paziente è morto poco dopo.

La sesta vittima siciliana è un lavoratore di cui non è ancora stato diffuso il nome. È morto lunedì 17 marzo nella raffineria Sonatrach di Augusta (Siracusa).

Dipendente di una ditta esterna, ha chiesto di fare una pausa perché non si sentiva bene. I colleghi quando non l’hanno visto tornare sono andati a cercarlo e lo hanno trovato senza vita in un bagno dello spogliatoio.

Cesare Rizzo, 73enne di Gioi (Salerno), è morto lunedì 17 marzo mentre lavorava da solo nel cantiere per la ristrutturazione della casa destinata al figlio. È rimasto vittima del ribaltamento del dumper che stava guidando.

Un lavoratore 44enne della provincia di Mantova è morto nel primo pomeriggio di lunedì 17 marzo in un cantiere stradale sulla A13, all’altezza di Villamarzana (Rovigo). L’uomo è stato investito da un furgone mentre ritirava i coni di plastica che delimitavano il cantiere ed è morto sul colpo.

#rosariolucchese#salvatorelanza#salvatorepellegriti#antonioalongi#salvatoremezzatesta#cesarerizzo#mortidilavoro

Marzo 2025: 50 morti (sul lavoro 39; in itinere 11; media giorno 2,9)

Anno 2025: 212 morti (sul lavoro 174; in itinere 38; media giorno 2,8)

35 Lombardia (sul lavoro 25, in itinere 10)

27 Veneto (23 – 4)

15 Campania, Sicilia (12 – 3); Emilia Romagna (9 – 6)

14 Puglia (13 – 1); Lazio (11 – 3)

13 Piemonte (13 – 0); Toscana (11 – 2)

11 Abruzzo (10 – 1)

9 Calabria (9 – 0)

7 Umbria (7-0)

4 Basilicata (4 – 0); Liguria, Marche (3 – 1)

3 Trentino, Alto Adige (3 – 0); Sardegna (2 – 1)

2 Friuli Venezia Giulia (2 – 0)

1 Molise (0 – 1)

Gennaio 2025: 87 morti (sul lavoro 72; in itinere 15; media giorno 2,8)

Febbraio 2025: 75 morti (sul lavoro 63; in itinere 12; media giorno 2,7)

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Ancora 5 morti di lavoro.

di Piero Santonastaso | Facebook.com/Mortidilavoro

Venerdì 14 marzo registriamo cinque vittime, quattro delle quali sulle strade: con i mezzi di lavoro (tre) o in itinere (una).

Gianluigi Scaccia, aveva 26 anni, viveva a Silvi (Teramo) e faceva il corriere per la BRT di Pescara. Venerdì 14 marzo si è schiantato con il furgone aziendale contro un tir al chilometro 392 della A14, tra i caselli di Pescara Ovest e Pescara Sud, nel territorio di Francavilla al Mare (Chieti).

Quel tratto autostradale era interessato da un cantiere e si era formata una coda. Non è chiaro se il mezzo che lo precedeva abbia frenato bruscamente o se sia stato il corriere a non accorgersi del rallentamento. Scaccia è morto nella cabina di guida accartocciata.

Marco Di Pentima, 48enne di Pianella (Pescara), lavoratore dell’agroalimentare, è morto alle 5,45 di venerdì 14 marzo mentre andava al lavoro in moto.

Sulla sua Ktm si è scontrato con un’automobile alla periferia di Pianella; Di Pentima è stato sbalzato dalla moto, che si è incendiata, ed è morto sul colpo.

Paolo Fiorillo, 48enne contitolare di un’azienda agricola di Briatico (Vibo Valentia) ma residente nel capoluogo, è morto venerdì 14 marzo in un incidente lungo la statale 182 a San Pietro di Bivona.

Alla guida del Doblò della ditta, si è scontrato frontalmente con una vettura, riportando lesioni gravissime. È intervenuto l’elisoccorso per trasportarlo a Catanzaro, ma Fiorillo è spirato poco prima del decollo.

Francesco Mandaradoni, operatore dei servizi ambientali del Vibonese, si è spento venerdì 14 marzo nell’ospedale di Catanzaro.

Vi era stato trasportato in elicottero il 27 gennaio, quando era rimasto vittima di uno scontro frontale a Filandari (Vibo Valentia) mentre era alla guida del mezzo per la raccolta dei rifiuti. Un urto talmente violento da far staccare il cassone del furgone.

Un agricoltore 95enne di Anagni (Frosinone), Giuseppe Dandini, è morto venerdì 14 marzo dopo una settimana di ricovero al San Camillo di Roma.

Vi era stato elitrasportato venerdì 7 marzo insieme alla nuora 55enne: entrambi erano stati travolti da un albero crollato durante lavori di potatura nel bosco Pucinisco, alla periferia di Anagni.

#gianluigiscaccia#marcodipentima#paolofiorillo#francescomandaradoni#giuseppedandini#mortidilavoro

Marzo 2025: 35 morti (sul lavoro 27; in itinere 8; media giorno 2,5)

Anno 2025: 197 morti (sul lavoro 162; in itinere 35; media giorno 2,7)

35 Lombardia (sul lavoro 25, in itinere 10)

25 Veneto (21 – 4)

15 Emilia Romagna (9 – 6)

14 Puglia (13 – 1); Lazio, Campania (11 – 3)

13 Toscana (11 – 2)

12 Piemonte (12 – 0)

10 Abruzzo (9 – 1)

9 Calabria, Sicilia (9 – 0)

4 Umbria, Basilicata (4 – 0); Liguria (3 – 1)

3 Trentino, Alto Adige (3 – 0); Marche, Sardegna (2 – 1)

2 Friuli Venezia Giulia (2 – 0)

1 Molise (0 – 1)

Gennaio 2025: 87 morti (sul lavoro 72; in itinere 15; media giorno 2,8)

Febbraio 2025: 75 morti (sul lavoro 63; in itinere 12; media giorno 2,7)

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Si continua a morire di lavoro, tra la generale indifferenza .

di Piero Santonastaso | Facebook/Mortidilavoro

Peter Nussbaumer, 23 anni appena, forestale di Sarentino (Bolzano), giovedì 13 marzo faceva parte di una squadra impegnata nella bonifica di una zona isolata, a Lana al Vento.

La Val Sarentino è famosa per le sue falesie fragilissime, ed è stato proprio l’improvviso distacco di un masso a causare la morte sul colpo di Nussbaumer.

Paolo Marino, 48enne di Fonte Nuova (Roma), alle 7 di mercoledì 12 marzo stava andando al lavoro in scooter, sulla via Nomentana direzione Roma. Al chilometro 16 è passato sulla carcassa di un istrice che nessuno aveva spostato dopo l’investimento nella notte, e ha perso il controllo del mezzo.

È finito nella corsia opposta, scontrandosi con una vettura e riportando gravi lesioni che ne hanno causato la morte in pochi minuti.

Xhavit Halilaj, 65enne operaio albanese residente a Sacile (Pordenone), mercoledì 12 marzo era in viaggio sulla A28 alla guida di un furgone quando, nel territorio di Azzano Decimo, qualcuno gli ha segnalato problemi con il carico che trasportava.

Ha accostato ed è sceso per sistemare i materiali, ma è stato travolto e ucciso da un tir.

Un operaio romeno di 53 anni residente in provincia di Latina, è morto giovedì 13 marzo per un malore che lo ha colpito mentre per conto della ditta di cui era dipendente effettuava operazioni di resinatura alla Open Data di Anagni.

L’allarme è scattato subito ma i soccorritori hanno potuto soltanto constatare la morte del lavoratore.

#peternussbaumer#paolomarino#xhavithalilaj#mortidilavoro

Marzo 2025: 30 morti (sul lavoro 23; in itinere 7 media giorno 2,3)

Anno 2025: 192 morti (sul lavoro 158; in itinere 34; media giorno 2,7)

35 Lombardia (sul lavoro 25, in itinere 10)

25 Veneto (21 – 4)

15 Emilia Romagna (9 – 6)

14 Puglia (13 – 1); Campania (11 – 3)

13 Toscana (11 – 2); Lazio (10 – 3)

12 Piemonte (12 – 0)

9 Sicilia (9 – 0)

8 Abruzzo (8 – 0)

7 Calabria (7 – 0)

4 Umbria, Basilicata (4 – 0); Liguria (3 – 1)

3 Trentino, Alto Adige (3 – 0); Marche, Sardegna (2 – 1)

2 Friuli Venezia Giulia (2 – 0)

1 Molise (0 – 1)

Gennaio 2025: 87 morti (sul lavoro 72; in itinere 15; media giorno 2,8)

Febbraio 2025: 75 morti (sul lavoro 63; in itinere 12; media giorno 2,7)

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Le teorie del signor Meno Peggio, alias prof. Romano Prodi.

Da giorni, il professor Romano Prodi si sta sperticando per sponsorizzare l’“effetto Serra”. Come suo costume politico, fin dai tempi in cui Massimo D’Alema, allora segretario del Pd, ce lo spinse addosso come leader dell’Ulivo, il suo punto di vista è il mantra del “meno peggio”, malattia venerea della sinistra neoliberista italiana. 

Tutto cominciò con l’IRI, di cui fu presidente dal 1982 al 1989 e poi ancora tra il 1993 e 1994, quando il nostro eroe ritenne che alla crisi dell’Istituto bisognasse rispondere con la privatizzazione di tutte aziende a capitale pubblico, perché era la scelta “meno peggio” per il PIL italiano. Alla fine, la sinistra italiana si ammalò di neoliberismo, mentre il mercato emesse la sentenza definitiva: il meno cadde e rimase solo il peggio.

Lo stesso accadde quando divenne presidente della Commissione europea, e il “meno peggio” avrebbe dovuto essere l’ingresso della lira nell’euro. In seguito, Prodi non riuscì neppure a essere il “meno peggio” di Berlusconi, che riuscì a battere due volte, ma non a sconfiggerlo, perché tra un’olgettina e l’altra il cavaliere montò in sella per la terza volta, non senza l’aiuto di Veltroni. Più peggio di così.

Ma veniamo all’ “Effetto Serra”, cioè alla manifestazione convocata a piazza del Popolo a Roma, dalla quale chi sa quanti e quali benefici effetti europeisti dovrebbero scaturire.

Nella sua intervista a Repubblica e nel suo intervento in tv da Fazio, riecco la teoria del “meno peggio”: la pace armata che ha votato il Parlamento europeo è “meno peggio” della guerra, dice il professore. Lo dimorerebbero, secondo la sua tesi, gli ottanta anni di pace garantiti dalla Nato all’Europa. 

Questa è una vera e propria cineseria, cioè quella inutile cavillosità di chi vorrebbe convincerci con teorie oziose, senza contare lo specifico riferimento alla cattedra che il nostro ha a Pechino, nell’università privata intitolata a Gianni Agnelli, di proprietà della Exor di Elkann. 

Ottanta anni di pace? Il professore ci vuole far dimenticare la Guerra Fredda? La guerra civile in Grecia? E il successivo regime dei colonnelli? Non si ricorda il fascismo in Spagna e Portogallo? La guerra civile contro i baschi e contro gli irlandesi nell’Ulster? Dimentica le stragi fasciste foraggiate dalla Cia in Italia per intimorire la classe operaia? E dopo la caduta del Muro, la guerra nella ex Jugoslavia e i bombardamenti di Belgrado? 

Se è una pace armata fino ai denti il motivo che dovrebbe convocarci in piazza che lui e le anime perse della sinistra liberale ci vogliono proporre oggi, la risposta è semplice: al “meno peggio” abbiamo già dato.

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Tesla di cavolo.

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Serra/te i ranghi.

I partiti socialisti si liquefecero in occasione della Prima guerra mondiale, solubili all’interventismo che spianò la strada alla carneficina imperialista prima e al fascismo poi, per sfociare nel nazifascismo, tragico protagonista della Seconda guerra.

Oggi la storia ha una tale voglia di ripetersi da produrre la farsa del voto a maggioranza del Parlamento europeo, per sperperare un enorme quantità di euro per le armi.

Tuttavia, la storia è maligna: così invece di dire un forte e chiaro NO alla guerra imperialista – cui l’Ue ha fretta di partecipare -, ecco che la “sinistra” chiama la piazza: per quale Europa? Per quella neo-interventista?

Il quotidiano Repubblica, passato dalla direzione di un feroce sionista, come è stato il tristo Molinari a quella di un Orfeo che, come nella mitologia, cerca di andare a prendere la pace negli inferi della Nato, ma si gira e quella diventa di sale, così che sponsorizza l’Effetto Serra della cultura politica progressista italiana.

Care anime belle della politica, della cultura, del pensiero scientifico, incapaci, come state dimostrando, di elaborare il lutto di quella coscienza di classe, che un tempo alimentava il vostro impegno politico e sociale, vi siete ormai ridotte a Serra/re i ranghi, come una sgangherata pattuglia di coscritti bellicisti, che brancola nella nebbia della mera propaganda europeista.

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In mano a chi è “ReArm Europe”?

Durante il suo mandato come Ministra della Difesa in Germania (2013-2019), Ursula von der Leyen ha affrontato critiche riguardanti la gestione delle forniture militari.

In particolare, nel 2015, l’opposizione e alcuni esperti hanno sollevato preoccupazioni sull’acquisto di 138 elicotteri da guerra per la Bundeswehr, costati 8,5 miliardi di euro.

Questi elicotteri presentavano numerosi problemi tecnici, tra cui avarie ai motori negli NH90 che quasi causarono incidenti, e difetti nel software che potevano portare a cortocircuiti.

Tali problematiche portarono alla sospensione temporanea delle operazioni di volo per l’intera flotta. Nonostante ciò, la marina e l’esercito sottolinearono l’urgenza di sostituire i velivoli obsoleti. 

Inoltre, nel 2014, von der Leyen ha promesso di affrontare le problematiche legate al budget delle attrezzature militari tedesche, dopo la pubblicazione di un rapporto KPMG che evidenziava ripetuti fallimenti nel controllo dei fornitori, dei costi e delle scadenze di consegna.

Ad esempio, ci sono stati ritardi e problemi di qualità con l’aereo da trasporto Airbus A400M Atlas, il caccia Eurofighter Typhoon e il veicolo corazzato Boxer.

Nel 2015, ha criticato pubblicamente Airbus per i ritardi nella consegna degli A400M, lamentando seri problemi di qualità del prodotto.

Sotto la sua guida, il ministero ha negoziato compensazioni per questi ritardi, inclusi 13 milioni di euro per i ritardi nelle consegne del secondo e terzo A400M, e ulteriori 12,7 milioni di euro per il ritardo nella consegna di un quarto aereo. 

Queste vicende hanno sollevato dubbi sulla gestione degli appalti militari durante il suo mandato, contribuendo alle controversie che hanno caratterizzato la sua leadership al Ministero della Difesa.

Ecco chi è frau “Pace con la forza”.

Nelle tasche di chi andranno gli 800 miliardi di euro per il riarmo?
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Doppio incidente.

di Piero Santonastaso | Facebook.com/Mortidilavoro

C’è un doppio incidente stradale dietro la morte di Marco Galaverni, titolare con il fratello Paolo di un’azienda agricola di Bagnolo in Piano (Reggio Emilia), che ha l’appalto per il concime prodotto da Sabar, gestore dei servizi ambientali per i comuni della Bassa Reggiana.

Lunedì 10 marzo un trattore che trasportava concime ha avuto un incidente a Novellara, su Strada della Vittoria, in cui sono rimaste ferite due donne.

Il trattorista non aveva con sé i documenti del mezzo e ha chiamato Paolo Galaverni per farseli portare. L’uomo ha girato la richiesta al fratello, che è partito con il Doblò aziendale per consegnarli.

Arrivato su Strada della Vittoria, una via di campagna, si è scontrato con un altro Doblò. Uno schianto violentissimo, in cui Marco Galaverni è morto sul colpo. In prognosi riservata il 25enne alla guida dell’altra vettura, trasportato dall’elisoccorso all’ospedale di Parma.

#marcogalaverni#mortidilavoro

Marzo 2025: 23 morti (sul lavoro 18; in itinere 5; media giorno 2,3)

Anno 2025: 185 morti (sul lavoro 153; in itinere 32; media giorno 2,7)

35 Lombardia (sul lavoro 25, in itinere 10)

24 Veneto (20 – 4)

15 Emilia Romagna (9 – 6)

14 Puglia (13 – 1)

13 Toscana, Campania (11 – 2)

12 Piemonte (12 – 0)

10 Lazio (8 – 2)

9 Sicilia (9 – 0)

8 Abruzzo (8 – 0)

7 Calabria (7 – 0)

4 Umbria, Basilicata (4 – 0); Liguria (3 – 1)

3 Trentino (3 – 0); Marche, Sardegna (2 – 1)

2 Alto Adige (2 – 0)

1 Friuli Venezia Giulia (1 – 0); Molise (0 – 1)

Gennaio 2025: 87 morti (sul lavoro 72; in itinere 15; media giorno 2,8)

Febbraio 2025: 75 morti (sul lavoro 63; in itinere 12; media giorno 2,7)

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Attualità

La mala informazione.

di Paolo Guenzi

Ci sono nei fatti due cose: scienza e opinione; la prima genera conoscenza, la seconda ignoranza. (Ippocrate)

Solo per fare un esempio emblematico, dal quale scaturiscono peraltro numerose implicazioni gravemente preoccupanti, si stima che nel 2020 il tempo medio di attenzione degli utenti sui social network fosse di 8 secondi (contro i 12 del 2000, peraltro) e quello continuativo dedicato a leggere un articolo online fosse di 15 secondi (secondo Jacques Attali, in “Disinformati. Giornalismo e libertà nell’epoca dei social”, Ponte alle Grazie, 2022).

Informare e informarsi è impegnativo e faticoso, ed è quindi incompatibile con simili tempi. Questo è un problema, perché si tratta di attività essenziali per la democrazia e in generale per il benessere e lo sviluppo della società.

La maggior parte degli esseri umani cerca di economizzare sul consumo delle proprie risorse, è quindi naturale che persegua e apprezzi il disimpegno.

Ecco allora che nei mezzi di pseudo-informazione di massa si affermano contenuti quali sport, moda, gossip, insomma il futile prevale largamente sull’utile, l’intrattenimento sull’informazione.

Come visto, si tratta di un ingranaggio tipico del marketing dell’ignoranza. (Paolo Guenzi, “Il marketing dell’ignoranza“, Egea)

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Attualità

Le origini del revisionismo storico.

di Bettina Stangneth

Il vizietto nazista di bruciare pubblicamente montagne di libri ha dimostrato l’attenzione dal fatto che il nazionalsocialismo nutriva un grande, se non addirittura eccessivo, rispetto per la parola scritta.

I libri venivano bruciati perché si attribuiva loro un grande potere, in altre parole, li si temeva. Questa paura di perdere l’esclusiva dell’interpretazione era una dei moventi fondamentali dei nazisti.

L’uomo del primo Novecento aveva abbastanza esperienza del libro come mezzo di comunicazione di massa, da sapere che la storia non si limita ad accadere, ma viene scritta per le generazioni a venire.

Il fatto che l’“atto creativo” fosse sempre preceduto dalla lotta e dalla distruzione delle creazioni esistenti rispecchiava la tendenza radicale e aggressiva di Adolf Hitler.

Sin dal principio la consapevolezza con la quale i nazisti rielaborarono la storia non si estrinsecò solo nelle azioni, ma in un vero e proprio progetto culturale e, in questo caso, letterario: l’attività culturale venne denigrata in quanto “ebreicizzata”, intere branche della scienza furino screditate in quanto “troppo soggette all’influenza straniera”.

Il libro, dunque, era considerato uno dei più efficaci strumenti di potere in mano al nemico, in particolare agli ebrei. Selezionare e bruciare i libri – come in seguito si fece con le persone – fu solo il primo passo.

Il secondo fu quello di prendersi cura e di coltivare la propria razza e di dare vita a una propria scienza e cultura. Quindi servivano libri propri, sia in ambito artistico che scientifico, perché si credeva che con lo specifico approccio nazista si fossero finalmente gettate le basi che consentivano di trasformare la scienza e l’arte in un scienza tedesca e in un’arte tedesca.

Questo è il motivo per cui sotto il nazionalsocialismo venne prodotto un n numero impressionante di libri – e la reinterpretazione del sapere esistente fu devastante fin dall’inizio. (Bettina Stangheth, “La verità del male, Eichmann prima di Gerusalemme”, LUISS).

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Attualità

Si lavorava senza misure di sicurezza: niente che somigliasse a caschi, imbracature, reti. E la tanto decantata patente a punti nei cantieri?

Piero Santonastaso | Facebook.com/Mortidilavoro

Alaa Abdelkarim Ramadan Ragarb aveva 35 anni, era arrivato a Torino dall’Egitto e lavorava per un lontano cugino, titolare di una ditta che allestisce ponteggi nei cantieri edili.

Venerdì 7 marzo è stato portato in condizioni disperate all’ospedale San Giovanni Bosco di Torino. Al pronto soccorso i suoi accompagnatori hanno detto che era caduto dentro casa.

I medici hanno capito subito che si trattava di una balla colossale, incompatibile con le lesioni, e hanno allertato la polizia.

Mentre Alaa moriva, la verità è saltata fuori: il lavoratore era caduto da un’altezza di circa 10 metri in un capannone di Leinì per il cedimento del tetto durante il montaggio dei ponteggi.

In quel cantiere si lavorava senza misure di sicurezza: niente che somigliasse a caschi, imbracature, reti. Probabilmente nulla che somigliasse a un contratto. La procura indaga per omicidio colposo, che è il minimo. Sarebbe interessante avere un commento della ministra Calderone sul ruolo della tanto decantata patente a punti nei cantieri.

Carlo Cacciaguerra, operaio 55enne alla Bonfiglioli di Forlì, è morto venerdì 7 marzo mentre in moto tornava a casa a Castrocaro (Forlì Cesena).

Alla periferia del capoluogo romagnolo si è schiantato contro la fiancata di un tir che usciva dal piazzale di un’azienda ed è morto sul colpo.

Sabato 8 marzo c’è stata la prima vittima del 2025 in Friuli Venezia Giulia. Si tratta di Cristina Doretto, 51enne insegnante di geografia alle medie di San Michele al Tagliamento (Udine), che alle 8 si è sentita male mentre si preparava ad accompagnare una classe in gita scolastica: «Non mi sento bene, il cuore fa le bizze», le sue parole ai colleghi. Trasportata in emergenza all’ospedale di Udine, si è spenta poco dopo.

Giuseppe Scafidi, operaio 67enne della Rap (servizi ambientali di Palermo), residente a Baucina, è morto domenica 9 marzo intorno alle 8, mentre con un camion compattatore effettuava il giro di raccolta dei rifiuti nella zona di via Ernesto Basile.

Il lavoratore, che a novembre sarebbe andato in pensione, ha accusato un malore, è sceso dal mezzo e si è accasciato. I colleghi hanno allertato i soccorsi ma Scafidi si è spento poco dopo l’arrivo all’ospedale Civico.

#carlocacciaguerra#cristinadoretto#giuseppescafidi#mortidilavoro

Marzo 2025: 22 morti (sul lavoro 17; in itinere 5; media giorno 2,4)

Anno 2025: 184 morti (sul lavoro 152; in itinere 32; media giorno 2,7)

35 Lombardia (sul lavoro 25, in itinere 10)

24 Veneto (20 – 4)

14 Puglia (13 – 1); Emilia Romagna (8 – 6)

13 Toscana, Campania (11 – 2)

12 Piemonte (12 – 0)

10 Lazio (8 – 2)

9 Sicilia (9 – 0)

8 Abruzzo (8 – 0)

7 Calabria (7 – 0)

4 Umbria, Basilicata (4 – 0); Liguria (3 – 1)

3 Trentino (3 – 0); Marche, Sardegna (2 – 1)

2 Alto Adige (2 – 0)

1 Friuli Venezia Giulia (1 – 0); Molise (0 – 1)

Gennaio 2025: 87 morti (sul lavoro 72; in itinere 15; media giorno 2,8)

Febbraio 2025: 75 morti (sul lavoro 63; in itinere 12; media giorno 2,7)

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Attualità

Perché venire a vedere “Dannazione donna” domenica 9 marzo alle 17,00 al Teatro Alpi di Sacrofano?

In Italia le donne guadagnano il 20 per cento in meno degli uomini. Nella finanza e nell’hi-tech, le nuove professioni, la differenza cresce fino al 30 per cento. In una società basata sul profitto, chi guadagna di meno, vale di meno. Non è giusto.

“Dannazione donna”, ambientata in una grande azienda, è una commedia a tinte forti, fa ridere, fa indignare, fa commuovere, fa rimanere senza fiato, ma soprattutto fa pensare: vi sorprenderà con un finale stratosferico.

Un’occasione speciale per partecipare alla Giornata mondiale della donna, organizzata da La Nuova Sacrofano, la compagnia Signori chi è di scena e l’Assessorato alla Cultura del Comune di Sacrofano. L’ingresso è libero. Liberatevi di ogni impegno e venite a teatro.

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Attualità

La terza guerra è cominciata, contro di noi.

Dopo l’inflazione, provocata dall’eccessiva emissione di euro e dal conseguente aumento dei tassi d’interesse, per restringerne la circolazione, – che tanta soddisfazione ha data alle locuste della finanza -, ecco la terza guerra contro i redditi da lavoro: la folle corsa agli armamenti.

“Dobbiamo difenderci”, dice Ursula von der Leyen. In realtà, vogliono sottrarre alla spesa sociale 800 miliardi di euro, per la gioia ingorda dei costruttori di sistemi d’arma. Siamo alle solite: la pace va bene solo se permette profitti, se no meglio la guerra, come sempre.

Ancora una volta, la storia ci regala la storia di prima: ci obbligano a scavare trincee contro un nemico che non è quello che ci indicano, ma loro stessi che ce lo indicano. 

L’Europa è in stagnazione sia economica che politica, con una classe dirigente allo sbando, in balia dei rispettivi scarsi consensi elettorali, tanto incapace di gestire le contraddizioni, ne diventa parte attiva, aggravando tensioni sociali e internazionali.

 Il mito della democrazia liberale – che, incapace di gestire le tensioni sociali, un secolo fa provocò l’avvento del fascismo in Europa, sfociata nella catastrofe della guerra – torna sotto forma di pandemico bellicismo, per favorisce le spinte corporative, reazionarie, sovraniste, protezionistiche, nazionaliste.

 Il populismo antipopolare di Trump dilaga nelle cancellerie europee. Macron, Merz, Meloni e von der Leyen vorrebbero tutti essere come lui, avere mano libera per disfarsi definitivamente dello stato sociale, delle prassi costituzionali, e avere cortigiani ricchi e potenti come gli oligarchi tecnocrati della Silicon Valley e dintorni.

Vorrebbero un’Europa sul modello degli Usa, capace di spadroneggiare, prendersi le nuove risorse energetiche ovunque si trovino, come nell’era colonialista. Un’Europa imperialista, che si senta alla pari con gli altri imperi del mondo.

Lo sanno meglio di noi che non è Putin il nemico da battere: con lui basterebbe poco, basta dargli quello che gli fu promesso tanto tempo fa, cioè stare alla larga dai suoi confini, che poi è quello che rientra nella stessa logica imperiale di tutte le super potenze.

La guerra in Ucraina è stata la mela avvelenata con cui la Nato ha intossicato un’ Europa che è caduta in catalessi politica e diplomatica, il cui torpore continua a offuscarne il senso delle proporzioni: credere che l’Ucraina potesse battere la Federazione Russa è una colpa che non sarà dimenticata dalla storia; credere che Trump e Putin non facciano accordi anche senza il consenso di Bruxelles è comportarsi da Biancaneve e i 27 nani.

La verità è che il vero nemico siamo noi. Quelli che lavorano, comprano, pagano le tasse, votano. Quelli che a volte smettono di pensare come società civile e democratica, che avrebbe forte il bisogno di sanità, istruzione, previdenza, progresso culturale e scientifico, uguaglianza e redistribuzione della ricchezza; quelli che troppo spesso ancora sperano che dalla famigerata manina invisibile del libero mercato qualche briciola di ricchezza cada tra le nostre mani. 

“Dobbiamo difenderci”, dice von der Leyen. Siamo noi il nemico, e loro temono arrivi il giorno che smetteremo di credere alle fandonie del neoliberismo, alla politica della propaganda, ai trucchi finanziari, alle mistificazioni del marketing e torneremo finalmente a pensare, a ragionare, a lottare per progettare un paese, un’Europa un mondo che non abbia mai più voglia dei Trump, Macron, Merz, Meloni e von der Leyen.

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Tre morti di lavoro nelle ultime 24 ore.

di Piero Santonastaso | Facebook.com/Mortidilavoro

Tre vittime in meno di 24 ore in Toscana, regione che al 5 febbraio conta 13 morti di lavoro, uno ogni 5 giorni. È lo stesso dato del 2024, quando però a febbraio c’era stata la strage (5 vittime) nel cantiere per la nuova Esselunga di Firenze.

Irene Furiesi, architetta 37enne di Tavarnelle Val di Pesa (Firenze), madre di due gemelli di 4 anni, è morta nel pomeriggio di martedì 4 marzo in un incidente stradale sulla statale 741, il bypass del Galluzzo.

Stava andando al lavoro all’aeroporto di Firenze Peretola, dove in 15 anni di lavoro da semplice agente di rampa era diventata responsabile dei servizi di terra (duty officer) per Toscana Aeroporti Handling. In una galleria del bypass si è scontrata frontalmente con un’altra automobile ed è morta sul colpo. Ancora da stabilire cause e modalità dello scontro.

Alessandro Guerra, operaio 57enne di Verghereto (Forlì Cesena), sposato, 2 figli, è morto mercoledì 5 marzo in un cantiere comunale ad Arezzo, aperto per consolidare un muro di contenimento e affidato alla ditta EdilBalze, di cui Guerra era dipendente.

Sul fatto circolano diverse versioni, perché al momento dell’incidente il lavoratore era da solo. La più credibile parla della caduta da un muletto durante lo spostamento di materiali: il lavoratore avrebbe battuto la testa e sarebbe spirato quasi subito.

A Bucine (Arezzo), un pensionato 89enne è morto mentre ripuliva un suo terreno dando fuoco a sfalci e potature. Non è chiara la causa dell’incidente, perché l’anziano era da solo.

Dopo l’allarme lanciato dai familiari, che non lo vedevano rientrare, è stato trovato senza vita, con qualche segno di ustione, il che lascia supporre che potrebbe essere stato vittima di un malore o dei fumi inalati.

Giancarlo Piga, 41 anni, moglie e 3 figlie, vigile del fuoco in servizio a Olbia, è morto mercoledì 5 marzo mentre con un trattore lavorava un terreno di famiglia a Oliena (Nuoro).

La causa: ribaltamento del mezzo agricolo, per motivi da accertare. Piga, figlio di vigile del fuoco, solo da tre anni aveva ottenuto la stabilizzazione come effettivo, dopo un lungo precariato.

Un 61enne di Inverno e Monteleone (Pavia), dipendente della falegnameria San Giorgio di Villanterio (Pavia), è stato trovato senza vita lunedì 3 marzo in un’area in cui era al lavoro da solo.

La scoperta è stata fatta dai suoi colleghi, preoccupati perché non lo vedevano tornare. Si ipotizza che al momento del ritrovamento il lavoratore fosse morto già da un paio d’ore, per cause da stabilire.

#irenefuriesi#alessandroguerra#giancarlopiga#mortidilavoro

Marzo 2025: 10 morti (sul lavoro 9; in itinere 1; media giorno 2)

Anno 2025: 172 morti (sul lavoro 144; in itinere 28; media giorno 2,7)

34 Lombardia (sul lavoro 24, in itinere 10)

22 Veneto (19 – 3)

14 Puglia (13 – 1)

13 Toscana, Campania (11 – 2)

11 Piemonte (11 – 0)

10 Lazio (8 – 2); Emilia Romagna (7 – 3)

8 Abruzzo (8 – 0)

7 Calabria, Sicilia (7 – 0)

4 Umbria, Basilicata (4 – 0); Liguria (3 – 1)

3 Marche, Sardegna (2 – 1)

2 Trentino, Alto Adige (2 – 0)

1 Molise (0 – 1)

Gennaio 2025: 87 morti (sul lavoro 72; in itinere 15; media giorno 2,8)

Febbraio 2025: 75 morti (sul lavoro 63; in itinere 12; media giorno 2,7)

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Il servitore di due padroni.

Fino a ieri giurava di voler entrare nella Ue e nella Nato. Oggi promette: “Pronti a lavorare sotto guida di Trump per pace”. Zelensky sembra recitare la parte di “Arlecchino, servitore di due padroni”.

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Gintoneria?

Fino a sentenza definitiva, la figliola di Wanna Marchi ha conquistato il titolo di miss Marchette.

Ma i suoi clienti, capaci, pare, di spendere 70 mila euro a botta (ogni riferimento è certamente voluto) per una serata di bacco, coca e venere, rientrano nella categoria sociologica dei mangiatori di pane a tradimento: 70 mila euro in un serata debosciata sono lo stipendio annuo di due lavoratori dipendenti italiani.

Come diceva l’avvocato buonanima di un noto fruitore di “cene eleganti”, i clienti di miss Marchette verranno semplicemente classificati come “utilizzatori finali” e quindi penalmente esenti da sanzioni, al massimo si beccheranno la nomea di “pirla”: ai riccastri si perdona tutto, finché dispongono di rendite da prosciugare, come al “giovin signore” di Parini, tanto per rimanere a Milano.

È invece imperdonabile l’insegna “Gintoneria”, “a schifezza ra schifezza ra schifezza ‘e l’uommene”, che si merita il grande pernacchio di Eduardo.

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Febbraio chiude con 75 vittime, marzo apre con 4 morti di lavoro.

di Piero Santonastaso | Facebook.com/Mortidilavoro

Alle 4 del mattino di lunedì 3 marzo Fabrizio Casafina, 57enne di Roma, è arrivato con il furgone davanti al cancello della ditta di trasporti Guidonia Montecelio – 30 km a est della Capitale – per cui lavorava.

È sceso per aprire il massiccio cancello ma il pesante manufatto è uscito dalle rotaie e gli è caduto addosso, schiacciandolo. Il custode dell’azienda ha lanciato l’allarme ma quando i soccorritori sono arrivati sul posto Casafina era già morto.

Si tratta della decima vittima del lavoro quest’anno nel Lazio, esattamente come nel 2024 a questa data. Nel comunicato di rito la Cgil parla invece di 16 morti: un numero misterioso, così come i 107 citati per il 2024 (sono stati 88).

Due i morti di lunedì 3 marzo nel Veneto, che portano il totale dell’anno a 22. Un incredibile aumento del 57% rispetto al 2024, quando al 3 marzo si contavano 14 vittime.

Renato Gugole, 54enne autotrasportatore di Chiampo (Vicenza), è morto in un incidente stradale sulla provinciale 86 ad Arzignano (Vicenza): l’autocarro che guidava si è scontrato frontalmente con un mezzo pesante che proveniva in senso opposto. Gugole è morto sul colpo.

Paolo Pellizzari, 47enne elettricista di Resana (Treviso), è morto schiantandosi con il suo furgone contro un autocarro a Piombino Dese (Padova), dopo aver invaso l’altra carreggiata. Inutili i soccorsi.

#fabriziocasafina#renatogugole#paolopellizzari#mortidilavoro

Marzo 2025: 4 morti (sul lavoro 4; in itinere 0; media giorno 1,3)

Anno 2025: 166 morti (sul lavoro 139; in itinere 27; media giorno 2,7)

33 Lombardia (sul lavoro 23, in itinere 10)

22 Veneto (19 – 3)

14 Puglia (13 – 1)

13 Campania (11 – 2)

11 Piemonte (11 – 0)

10 Toscana (9 – 1); Lazio (8 – 2); Emilia Romagna (7 – 3)

8 Abruzzo (8 – 0)

7 Calabria (7 – 0)

6 Sicilia (6 – 0)

4 Umbria, Basilicata (5 – 0); Liguria (3 – 1)

3 Marche (2 – 1)

2 Trentino, Alto Adige (2 – 0); Sardegna (1 – 1)

1 Molise (0 – 1)

Gennaio 2025: 87 morti (sul lavoro 72; in itinere 15; media giorno 2,8)

Febbraio 2025: 75 morti (sul lavoro 63; in itinere 12; media giorno 2,7)

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